SFUMANDO

Fumare mi sprona a pormi degli obbiettivi, mi spinge ad immaginarmi futuri implausibili, a guardarmi con occhi diversi, a fare buoni propositi e sognare di migliorarsi, amplia.

Avere un vizio è sempre anche la tensione di volersene liberare. Di volersi controllare nel sentirsi controllati. È un gioco di volontà e limiti, in fin dei conti tutti hanno delle abitudini assurde, tutti i gruppi sociali hanno delle leggi incomprensibili.

A proposito di propositi è un accostamento di parole assurdo fatto dal sottoscritto di proposito.

A proposito di propositi dovrei tenere un diario. Visto che ancora non so come registrare altrimenti i miei pensieri. Dovrei inventarlo, qualcosa di simile alla perfetta ripetitibilità, un registratorino che mappa gli impulsi nelle sinapsi, che si può stoppare, riavvolgere e risentire, che può essere fatto rivivere attraverso lo stimolo degli stessi impulsi seguendo la traccia, come in quel film.

So che non stai leggendo, non abbastanza comunque, non farsi una colpa dell’ignoranza non vuol dire non volersi migliorare, alcune cose che non sai non importano comunque non preoccuparti oppure tutto importa ma allora va sempre bene finchè c’è una storia, senza storia non c’è vita senza storia.

Allora tantovale.

Tantovale aprirsi, tanto vale starsene zitti, tantovale essere unici, che poi in sette miliardi è anche dura votare ogni volta che ci sono i mondiali tanto la televisione è la novella democrazia, ognuno ha l’occasione di avere il diritto di dire o fare qualcosa di impressionante per la fama passeggera in due minuti di celebrità, mentre dovrebbero avere tutti insieme il diritto di esprimersi votando.

Che ne so far finta di voler migliorare il mondo tutti insieme potrebbe fungere da stimolo per farlo davvero, una volta tanto.

Probabilmente non ci saranno abbastanza televisori, o telecomandi. E forse per fortuna.

Perché sennò la balla del suffragio universale non regge mica, chi non ne sa perché se ne fotte di quello che gli accade intorno non deve certo essere rappresentato. Siamo per i diritti di tutti ma noi ne abbiamo di più per noi, può andar bene solo se cerchi di migliorare gli altri o menti a tutti.

È da ipocriti pagare meno se sai che lo sconto è lo scotto altrui. Se il tuo guadagno significa che uno viene tenuto in povertà totale per obbligarlo a lavorare per un nonnulla è una mascalzonata.

Puoi far finta di niente ma mica sempre.

A livello locale facciamo votare tutti perché sennò mia nonna non vota e lei ha visto la guerra (e può convincere anche la sua amica ‘Tita che è grata a Dio perché c’è ancora il Re), e non si potrebbe promettere l’appalto a qualcuno coi soldi di qualcun altro, mentre a .

Ecco ho perso un pensiero. Che amarezza.

 

 

Provo il giorno dopo a continuare da dove ho lasciato: per un suffragio ragionato, come scegliere quali criteri usare per rendere ad accesso limitato ai migliori l’attività di governo? Il problema è che chi decide dovrebbe essere il già il migliore?

Esami per essere candidabili di:

-lingue: lingua madre e dialetto a livello locale, inglese e terza lingua almeno per il parlamento europeo

-cultura generale: geografia e storia, il sindaco di un paesino può non sapere l’anno della scoperta dell’america? storia dell’istituzione di cui si vuole far parte.

-educazione civicostituzionale con approfondimento riguardo la carica che si vuole ricoprire, non si può candidare uno che non ha prima studiato come fare il lavoro che vuole fare.

-diritto: per sapere cosa in quel posto si può fare ma soprattutto quello che non si deve.

-un numero minimo di proposte per cambiamenti, ma conoscenza di tutte le problematiche e posizione al riguardo devono essere necessariamente preliminari: non ci si può candidare perché si vuole fare una cosa e poi per il resto voti come ti dicono di fare, non ha senso, proponi la tua unica idea ad un candidato in cambio del voto piuttosto.

-ho letto e compreso che qualora un’indagine a mio carico dovesse portarmi ad essere un cattivo esempio lascerò il posto, perché rispetto delle istituzioni è non volerle coinvolgere con affari personali.

-il privato che vuole partecipare alla gestione del pubblico deve essere disponibile a rinunciare ad una parte della sua privacy, si deve sapere dei personaggi e funzionari pubblici quanto guadagnano e se commettono atti deplorevoli, devono essere giudicabili dalle masse, e queste dovrebbero scegliere i buoni esempi.

-fedina penale pulita, anche se le leggi non sono già tutte giuste chi si candida dev’essere immacolato, chi vuole cambiare la legge può farlo candidando qualcuno che la pensi come lui seppur non l’abbia mai infranta.

-Come può uno al potere essere anche solo continuamente indagato per corruzione e rispondere che è inevitabile che uno al potere venga indagato per corruzione. Se uno viene indagato si dimette affronta il processo e se viene provato innocente può tornare con ancor più diritto di prima.

-il problema poi è che oggi fare il politico non significa saper governare, esporre bene delle idee ed essere convincenti

Il percorso di attuazione dev’essere dall’alto verso il basso: dal parlamento europeo deve essere eletto un governo europeo, che rispetti i suddetti criteri, l’esempio dall’alto significa che la meritocrazia deve istituzionalizzarsi selezionandosi, la presentabilità dei candidati spetta però ai partiti, che non si danno uno standard minimo: basta saper vendere bene idee e parole per voti, il pubblico non si può permettere incompetenti.

Paradossalmente i pochi che governano, ed in questo momento essendo apartitici o tecnici sono ancora in meno con più potere forse, dovrebbero ascoltare i molti: un governo provvisorio dovrebbe chiedere direttamente ai cittadini su più questioni possibili il loro parere, e questo si fa con referendum e almeno prendendo in esame le proposte di legge popolare.

Bisogna legare la perseguibilità al voto ed istituire una patente del cittadino ma ancor prima prepararlo, il voto dev’essere il risultato del percorso di studi e crescita, perché non già a 16 anni, ci sono ragazzini svegli e idealisti che si interessano del pubblico e hanno passato il test di educazione civica? Non sono meglio di svogliati, disillusi, disfattisti che non lo passerebbero? Spero che anche i condannati per mafia non possano votare a vita. Se questi ragazzi potessero, in cambio dell’accettazione consapevole delle proprie piene responsabilità davanti alla legge, voterebbero per interesse nel senso buono, di partecipazione.

 

Per quanto riguarda la Toquevilliana proposta di introdurre a livello europeo e non locale un’addizionale simbolica proporzionale al livello di studio, si può dirne che è fascistoide e settaria, ma educativa nel senso che sprona allo studio. Che poi è sempre possibile il fatto che un laureato in chimica possa non capire nulla di quello che gli càpita intorno e votare come un camorrista o un poveraccio comprati con 50 euro o un lavoro, però a livello locale si può controllare: una brava e capace persona che non ha fatto la terza media ma ha dedicato la vita al pubblico facendo politica potrebbe fare il parlamentare europeo? La verità è che a livello europeo dell’operato del parlamento se ne sa poco o nulla, non ci sono telegiornali che parlano di chi ha votato cosa, si sa che arrivano dei soldi di finanziamenti stanziati ma poi chi li da sono le banche e la Bce quindi contano di più loro. Visto che non si possono vedere i parlamentari all’opera, non sarebbe meglio scremarli prima di permettergli di essere scelti, se uno si candida con un partito e vuole fare il ministro del lavoro ne saprà di diritto del lavoro, e farlo selezionandoli anche per titoli di studio? Un laureato in medicina potrebbe avere delle buone idee a proposito del diritto allo sciopero, ma non è più probabile che ne abbia un sindacalista o un laureato in giurisprudenza?

E se si dividesse la popolazione per Qi potrebbe darsi che un fisico diventi presidente del consiglio, e investa solo in ricerca teconologica per farsi un megalaboratorio perché lui potrebbe andare su Marte se ne avesse i mezzi e gli altri morirebbero di fame.

Cosa succederebbe invece a livello europeo se si votasse all’oscuro? Ti danno una rosa di candidati con dei numeri, anche tutti uguali, delle maschere, senza faccia, tu ne leggi le idee e i titoli di studio e decidi. I nomi sono identificativi, non si tratterebbe di candidati anonimi, ma solo senza volto.

Voti senza volti.

Dietro il velo le idee. Si dovrebbe anzi tacere anche la parte politica o il partito del candidato, soprattutto a livello locale, giacchè contano meno i grandi ideali rispetto le politiche concrete sarebbe meglio si sapesse cosa ne pensano e cosa intendono fare riguardo a ben determinati punti.

In questo modo la partecipazione democratica sarebbe certo più difficile ma votare non deve essere cosa leggera. Forse vedo solo lo sprone che può dare alla partecipazione nel mio caso, sono laureato è logico che io voglia un decimillesimo di potere in più rispetto gli altri, mi sento migliore e plasmo il mondo secondo una mia visione probabilmente distorta, forse dico lo faccio per poi candidarmi io stesso perché bramo di dare un senso più alto alla mia vita, o almeno finire immortalato nella storia.

Forse escludere delle persone da un diritto o darne di più ad altri è discriminatorio e toglie diritti inalienabili acquisiti con dure lotte. Forse il suffragio deve restare universale per il parlamento ed includere la clausola addizionale per il senato, e un test ai ministri. Si così sembra abbastanza equilibrato.

 

Se un anziano non può andare in galera non può nemmeno votare, dei test attitudinali minimi per i rappresentanti saranno presto e tardi obbligatori. Chi non sa in che mondo vive non può decidere come deve diventare.

breve storia biobliografica dell’antropologia

1871 Inghilterra vittoriana, vengono pubblicati Primitive Culture di Tylor e Sistemi di consanguineità di Morgan.

È questa la data in cui per convenzione si fa risalire la “nascita” dell’etnografia antropologica, che in quanto studio dell’uomo e dell’umanità, delle costanti nelle diverse società, è da sempre presente nell’ homo sapiens, che si chiama così proprio per quello e che prevalse nel mondo soprattutto per la sua capacità comunicativa.

Per un interessante approfondimento vedere la mostra Homo Sapiens a Roma al palazzo delle esposizioni.

Dall’evoluzionismo darwiniano cioè delle specie, si passa all’evoluzionismo delle “razze” umane e delle loro culture.

Dopo millenni di viaggi di mercanti, guerre,  invasioni e diaspore, missionari e studiosi del genere umano attraverso le culture, da Erodoto a Cesare a Marco Polo e secoli di osservazioni riportate dalle colonie riguardo i costumi, le credenze, l’arte, le tecnologie, il diritto, i riti e le abitudini di diversissimi popoli un certo J.Frazer può, dalla sua poltrona, far uscire Il Ramo d’oro, del 1890, fantastica summa di conoscenze ordinata in un filo più logico “fatto ad arte” che temporale, in un percorso che attraverso magia e religione porta l’uomo di ogni parte del mondo dalla superstizione alla scienza .

La scienza non può che rimproverarsi per aver fallito in passato, tesa com’è verso il progressivo superarsi.

Ogni corrente critica la concorrente precedente per questioni o epistemologiche o inerenti alle visioni dell’uomo sottese alle generalizzazioni conclusive delle ricerche dei predecessori senza mai rinunciare ad una pretesa di scientificità maggiore, nel gran cammino di accumulo e critica del pensiero che è la cultura occidentale.

Boas, di formazione tedesca, in America, nel 1896,  in un articolo intitolato “Limiti del metodo comparativo in Antropologia” cerca di riportare l’Antropologia sul campo, perchè certe analogie possono essere riscontrate solo o meglio di persona e le generalizzazioni sono artefatte se le testimonianze non sono dirette, per lui è vero che le culture si influenzano, ma solo quelle vicine, altre che possono sembrare somiglianze e ricorrenze in diverse parti del globo possono scaturire da differenti concatenazioni di cause.

Ma già nel 1724 Jean-François Lafitau pubblicò Les moeurs des sauvages ameriquains, comparées aux moeurs des premiers temps studio comparativo di diverse tribù canadesi, attraverso l’osservazione partecipante e la conoscenza delle lingue autoctone, la cui religione è ritenuta dall’autore molto simile a quella greca. Studio ridicolizzato da Voltaire che d’altro canto in Canada non mise mai piede.

Nel 1897 pubblica un saggio sul Potlach, rito che ancora oggi sopravvive in molte parti del mondo con diverse forme, che si consiglia di approfondire visto che riguarda il dono e lo sperpero come funzionali ad acquisire rilevanza sociale, potere, con riferimento sia al clientelarismo romano che allo spreco di neuroni nelle serate tra amici. Un esempio del chi più ha più dia che assomiglia al ”Da ognuno secondo le sue possibilità” Marxista.

Il suo può essere denominato Particolarismo, una cui deriva è il diffusionismo, una visione che mette in risalto come le culture si influenzino o mescolino “a macchia di leopardo” per vicinanza, scoraggiando gli arditi paragoni tra riti agli antipodi.

Sul continente è in Francia invece che si sviluppa un altro percorso di studi.

Tra i pionieri dell’etnoantropologia occorre ricordare una società di filosofi francesi che si istituì alla fine del Settecento: la Société des Observateurs de l’homme, fondata nel 1799, un caso interessante studiato dalla Société fu quello del bambino selvaggio dell’Aveyron cresciuto dai lupi nel 1800.

Dopo che Comte aveva postulato la sociologia come scienza e la scienza come religione, i post-positivisti della cosiddetta Etnosociologia Francese, Emile Durkheim e suo nipote Marcel Mauss pubblicano rispettivamente ma non solo nel 1912 Forme elementari della vita religiosa e, nel 1923, Saggio sul Dono; Di Gennep da leggere Riti di passaggio del 1909.

In questa “scuola” si cercano gli universali attraverso sistematizzazioni scientifiche dei dati con un rigoroso metodo sociologico, in cui i Fatti Sociali, collettivi, condivisi, hanno potere costrittivo (Parallelismo con la filosofia del linguaggio del circolo di Vienna?) . Un esempio è Rappresentazione collettiva della morte, 1907 Herz: la morte è uno scandalo, un fatto sociale che richiede un rito per ripristinare l’equlibrio: già nelle Storie di Erodoto V sec a.C. ,del resto si paragono gli usi funebri di popoli diversi, Greci e Galati per sottolineare l’universalità delle usanze ma al contempo le differenze nelle modalità. Curioso il fatto che ancora nel ’04 in Francia era possibile sposarsi con un morto.

Contemporaneamente a questo slancio scientificista che calcola la media delle credenze comuni per definire cos’è la coscienza collettiva, dalla Gran Bretagna partono nuovi input per un ulteriore avanzamento metodologico.

Il Funzionalismo “Britannico”( i suoi componenti sono rimasti ben poco nel Regno Unito) introduce l’aspetto di società come organismo organizzato dal funzionamento olistico, la cultura è vista come uno strumento per soddisfare dei bisogni primari e il lavoro sul campo fieldwork diviene necessario, perché lo strumento in più che lo scienziato-viaggiatore ha, è l’Osservazione Partecipante. Per capire al meglio la realtà studiata bisogna assumere il punto di vista dell’indigeno, un punto di vista emico che senza la conoscenza della lingua locale o almeno un pidgin non è possibile.

1922, Londra, Malinowsky, di ritorno dall’oceania, pubblica Argonauti del pacifico occidentale, frutto del lavoro di anni sul campo, volente o nolente completamente isolato. Nello stesso anno Alfred Radcliffe Brown pubblica The Andaman islanders. Ad oggi molti archeologi e antropologi sono proprio discendenti delle tribù superstiti, è di ottobre 2011 la notizia dell’incontro con una tribù “vergine” ,che non aveva mai avuto contatti con il mondo esterno.

In Italia è solo dopo la seconda guerra mondiale che, liberati anche dalle concezioni razziste che impregnavano la cultura imbrigliandola in stereotipi volti a spiegare la superiorità degli italiani giustificando il colonialismo imperialista e le leggi razziali, si sviluppa la Demo-etno-antropologia di De Martino, allievo di Croce, secondo cui non è un antropologo solo che deve condurre la ricerca bensì una squadra di esperti in differenti campi: sociologi, psichiatri, folkloristi e linguisti con l’ausilio necessario di tecnologie quali il magnetofono o la cinepresa.

Il percorso stesso della storia dell’antropologia è, per così dire, esplicativo della sua stessa scientificità.

Ciò vale a dire che pur con la consapevolezza che l’uomo è una variabile irriducibile, le fasi della ricerca e della storia di essa tendono ad una sempre maggiore scientificità con sempre maggiori precisazioni: le differenti scuole di pensiero che si sono succedute non sono da vedersi semplicemente come contrapposte tra loro ma come parte di un cammino unitario. In questo caso si parla di Catallassi, parola greca traducibile con il cum-petere latino, ovvero l’aspetto positivo della concorrenza, della competizione, cioè il tendere verso qualcosa insieme.

L’intero percorso somiglia al metodo scientifico che teorizza prima, si pensi all’antropologia “da poltrona” evoluzionista, poi sperimenta sul campo che è il laboratorio dell’antropologo, per infine, una volta rilevate le strutture e le loro funzioni tornare “a casa” per cercare di tirare le fila e generalizzare il meno peggio possibile grazie all’uso regolativo dei concetti affinché il ragionamento sia replicabile, la falsicabilità soprattutto quando si parla di soggetti umani è imprescindibile.

Ogni scuola criticando quella precedente non fa che partire da essa, ogni corrente fatica a riconoscere e a mettere tra le premesse del suo ragionamento il background da cui sfocia, fino all’osservazione della partecipazione o “all’osservazione osservata dell’osservatore” della Barbara Tedlock che è ciò che Husserl introduce nella filosofia, l’epochè fenomenologica.

Il ragionamento di Husserl nella Crisi delle scienze europee mira a rendere sempre evidente anzitutto che l’osservatore è parte del fenomeno che osserva, che il contenitore è sempre contenuto nel contenuto, in un certo senso è ciò che in statistica si chiama effetto Hawthorne cioè l’imprevedibile perturbazione che la rilevazione avrà sul campione osservato, che quando è un umano, avrà reazioni improbabili da prevedere, ma quando è addirittura una società, calcolare gli effetti del fatto di sentirsi osservata sarà a dir poco impossibile.

Non importa più soltanto, e nemmeno soprattutto, la mole di dati raccolti sul campo, perché come dimostrano le critiche mosse da Freeman alla Mead, senza un metodo valido che sia anch’esso oggetto dello studio del ricercatore la ricerca non ha senso, non solo non è replicabile, cosa semi-impossibile anche solo per il naturale sviluppo nel tempo di una cultura, ma senza controlli è puro e semplice frutto della mentalità dello studioso applicata ad una certa situazione.

Ad esempio una giovane idealista Boasiana probabilmente dopo aver letto Rousseau alla sua prima esperienza sul campo, cercando di criticare la sua cultura ha voluto trovare proprio quello che cercava, cioè che esiste un posto bellissimo dove non hanno remore sessuali e dove l’adolescenza femminile non è traumatica come quella che lei deve aver vissuto nel suo mondo crudele e maschilista. Ma il ritornare sul campo è un ulteriore passo verso una maggiore critica della scientificità dell’ antropologia, infatti nemmeno lo stesso ricercatore a distanza d’anni con i suoi appunti in mano riscontrerà la stessa realtà.

Ma una volta attraversate le diversità, raccolte una mole di informazioni notevole, sotto più punti di vista, etico ed emico, scientifico e umano, l’antropologo deve tornare nel suo studio e fare il secondo step dell’etnografia, produrre documenti, rendersi conto che se le varie etnie ben separate e quasi isolate hanno tratti culturali comuni, un inconscio strutturale comune o anche solo una struttura che risponde a dei bisogni primari identici, le culture mescolate nel nostro mondo avranno carattere più individuale, ognuno sarà un aggregato stratificato di culture.

È  in questa direzione che punta il relativismo culturale, visto che i processi migratori non si fermano, ed è una fortuna che il processo sia pacifico, è necessario spiegare a tutti di generalizzare il meno possibile, di “naturalizzare” il meno possibile, se alcune persone rubano non è perchè è nella loro natura, è perchè nella nostra realtà le loro condizioni li spingono a farlo. Rubare è una cultura? Sul perchè rubare è illogico se non disumano rimando al saggio…link

Una volta che le identità culturali se non propriamente ancora mischiate sono vicine e comunicanti è inevitabile che in alcuni individui si rafforzino e che altri invece si aprano al diverso e al cambiamento.

È in questo senso che Remotti riprendendo Levi-Strauss, intende che ogni essere umano ha una sua cultura, è giunto il tempo in cui l’identità culturale uno se la sceglie, l’inculturamento non è più un fattore passivo da parte di un istituzione stabile e unica ma il singolo può paragonare ciò che ora gli sta vicino anche se è nascosto da pregiudizi e tacciato di non essere “naturale”, e fare le sue scelte. Quante religioni, sette, ceppi linguistici, etnie (da considerarsi strettamente relato all’aspetto esteriore, ai tratti somatici tipici) sono presenti e cooperano in Italia?

Ed è a questo punto della riflessione che entra in gioco il leghismo.

Questo movimento politico che ha come suo scopo creare un nuovo stato è perfettamente conscio che per farlo deve prima creare senso d’appartenenza e quindi d’esclusione, deve creare e diffondere l’idea che esista non una “razza” perché sarebbe nazismo, ma un’identità culturale profondamente diversa da quella italiana o europea.

Ora come intenda farlo non è difficile da capire, è sotto gli occhi di tutti: sfruttando il razzismo che prolifera nelle valli chiuse dove gente troppo vecchia o troppo povera non ha mai viaggiato, sfruttando quindi le paure ataviche verso il diverso, o anche solo verso il simile concorrente per un posto di lavoro, e in un altro modo, cioè proponendo nuove tradizioni, cercando cioè di creare anche attraverso una rilettura della storia, un’identità culturale.

Ma quali elementi in comune hanno e potranno mai avere la Liguria e le valli bergamasche? Che ne è dell’unità linguistica necessaria per creare uno stato unitario? La storia della Val d’Aosta in che modo può confluire in un’entità statuale con quella che fu la Repubblica di Venezia, se non nella già esistente Italia?

La lingua comune della Padania è l’italiano, la storia comune è quella dell’Italia, almeno fino ad adesso, ma ciò non basta a fermare i leghisti, che anzi creano. Creano riti nuovi, ridicoli per chi li vede dal fuori ma evidentemente coinvolgenti e simbolici, cercano di confondere la popolazione mischiando informazioni e culture, si dicono discendenti dei celti ma sono di retaggio cristiano: avendo come scopo la chiusura politica hanno come mezzo la chiusura mentale.

Un elemento fondamentale della loro immagine è infatti la “genuinità” che giustifica l’ignoranza, il loro linguaggio non è “populista” è grezzo. Ma le etnie esistono, come dice Fabietti, al di là dell’uso regolativo di tale concetto, esistono per chi ci crede, ed emergono quasi esclusivamente per creare scontro e non confronto.

Degli immigrati che non vogliono altri immigrati per integrarsi o per interesse personale acquisito è addirittura superfluo parlare, hanno assimilato la parte peggiore della mentalità capitalista, che contribuiscono a mantenere.

Dell’uso a sproposito di certe definizioni antropologiche fa certamente parte un cartellone elettorale esibito durante l’ultima campagna elettorale con un capo indiano dipinto e una frase che suonava “loro hanno subito l’immigrazione, adesso vivono nelle riserve”. Paradossale, paradossalmente proprio per questo un’ottima pubblicità, un messaggio indelebile. Questo è l’esempio per eccellenza di estrapolazione di un concetto dal suo contesto, concetto che suscita empatia: “poveri indiani io quand’ero piccolo leggevo tex willer e coi miei amici facevo sempre l’indiano”. Paradossale perchè la situazione è inversa, in quel caso erano i cowboys, più forti, a invadere e non semplicemente ad emigrare come oggi pacificamente fanno i più deboli dalla povertà verso la ricchezza. Paradossale anche perchè la soluzione proposta, ad un diverso problema anzi al suo inverso, è la stessa. Lo scontro, la guerra, sappiamo che adesso siamo noi i cowboys e allora teniamoli fuori. Ma con ciò non si esaurisce l’assurdità implicita nel messaggio, infatti il tener fuori gli altri significa rinchiudersi da soli nelle riserve, il messaggio può dunque far votare per la lega solo gli analfabeti che non sapendo la storia degli indiani che forse da un paio di numeri di tex willer e simpatizzando per quelli che avendo le pistole possono sostenere un assedio.

Zanichelli edizioni

Ma che insopportabile oggetto è un libro zanichelli? Le pagine catarifrangenti e una copertina lucida, plasticosa.

Libri che fan male solo a guardarli.

I “grandi” classici

- Il vecchio e il mare, Hernest Hemingwey.

È l’esemplificativa auctoritas del “quanti libri potreste leggere nella vostra vita prima di questo?”

Ma anche Fiesta è da evitare, un vaneggiante resoconto di ubriacature fini a se stesse senza alcunchè di esteticamente rilevante.

- Cent’anni di solitudine, Marquez.

Un’ infinita merda, piuttosto cent’anni di tortura.

Rappresentare l’immobilità attraverso ininfluenti cambiamenti, generazioni di vite che brulicano inutilmente, se anche per l’autore questo perpetrarsi della vita è futile perchè scriverne?

Ma soprattutto perchè leggerlo?

Esempio palese di come certe volte si difendano a spada tratta i “capolavori” di uno scrittore quando dei lavori minori sono decisamente più piacevoli.

- On the road, Kerouac.

Come sopra: è addirittura impossibile paragonare una tale tristezza a libri come Big sur o ancor meglio I vagabondi del Dharma.

- Quelli di Darwin e dei creazionisti, che dicono cose diverse con parole diverse in maniera diversa, per fomentare in fondo lo stesso odio.

Eventuali suggerimenti al contrario aggiunti tra i commenti diverrano parte integrante di questa sezione del blog sotto forma di post.

L’orizzonte delle aspettative

L’aspettativa di vita è paragonabile all’orizzonte, se chiedi a un ventenne ti dirà che per lui è abbastanza arrivare ai 30, se chiedi a un 30 vorrà arrivare ai 60 se chiedi a un 60 vorrà arrivare ai 120, tutti e sempre al meglio della condizione fisica.
Quindi l’aspettativa è un traguardo che cammina e si modifica con te, quando lo raggiungi non è più un traguardo, anzi non è più niente visto che sei morto.
Probabilmente l’aspettativa è proporzionale o comunque influenzata dalla condizione “attuale”: la domanda è spesso mal interpretata nel senso che uno risponde istintivamente un’età possibile, non irrealizzabile e che in realtà è più una sua previsione di quanto la sua vita e il suo stile di vita possono durare.
Un giovane di 20anni penserà: fumo mangio male e non mi importa arrivare all’età degli acciacchi in cui la vita è, dal suo punto di vista, più che altro sofferenza. Quindi risponderà pensando a fino a quando potrà protrarre anche viste le opportunità della vita, la sua condizione attuale.
In pratica se uno non fa niente sa che non troverà un lavoro fisso e/o soddisfacente fino almeno ai 30-35anni la sua lungimiranza e speranza sarà di arrivare là. Probabilmente perchè gli va bene così e pensare che poi avrà davanti a sè 40 anni di lavoro fisso e routine è una cosa che vuole poter rimandare.
Del resto uno che ha già un lavoro fisso e quindi almeno 30anni penserà che vuole finirla con il suo lavoro fisso e arrivare alla meritata pensione e poi magari godersela senza acciacchi ancora qualche anno quindi dirà sui 65-70 perchè poi per esperienza personale vede i suoi genitori o cmq la generazione prima della sua che non se la passa poi così bene. Certo è un’illusione, gli acciacchi arriveranno prima e la pensione dopo se arriverà ma comunque ai 120 non ci penserà certo anche perchè la generazione precedente alla sua difficilmente ci arriverà, quindi sembrerà un traguardo illusorio.
I vecchi invece sono quelli che hanno più speranze di tutti: convincerli che potrebbero arrivare a 120 anni non sarà poi così difficile, del resto per loro ne hanno passati ben di più di quelli che mancano loro per tal traguardo, e sono abituati ormai da anni a controllare tutti quelli che arrivano oltre ai 100 e prenderli ad esempio.
Tuttavia con un pò di psicologia inversa si potrà sempre convincere un 40enne che le sue aspettative di vita sono limitate soprattutto da egli stesso, gli si farà il discorso di qui sopra e lo si convincerà che invece deve puntare più in alto, adducendo a prove delle statistiche anche gonfiate ma comunque che sottolineino il trend di invecchiamento, sarà lapalissiano e davanti ai loro occhi che la popolazione sta invecchiando e che loro pure, quindi dirgli come farlo al meglio sarà esattamente ciò che vogliono, almeno per quei pochi minuti in cui ci penseranno e che saranno sufficienti per vender loro qualsiasi cosa: è poi ovvio che non cambieranno di punto in bianco il loro stile di vita per il semplice motivo che in realtà stai loro dicendo qualcosa che già sanno ma che non li ha mai o ancora smossi: quindi ci penseranno diranno ha ragione però, smetteranno di mangiare merda per due mesi e poi riprenderanno ad abbuffarsi a mcdonald, del resto la mia bisnonna è arrivata ai 95 e mangiava colesterolo di primo e secondo.
Le nonne che arrivano così in là con gli anni sono un ottimo argomento: loro mangiavano si grassi animali ma vuoi mettere quanta verdura, e la verdura di una volta era più nutriente e così via, li convincerai che non basta mangiare meno grassi e più verdure, devono anche modificare il loro stile di vita che è ormai troppo sedentario, così potrai in un colpo vender loro sia degli ottimi integratori alimentari, sia delle sedute in palestra e pure il tuo fantastico libro di consigli per arrivare giovani a 120 anni.
E mi raccomando non dite loro che quando avranno 119 anni dovranno riniziare a lavorare perchè ormai la parte produttiva della società sarà meno di un quinto della popolazione e che per pagar le pensioni ai loro figli o si suicidano dopo aver stipulato un’assicurazione cospicua o tornano in fabbrica, del resto un pò di moto e di esercizio mentale non potrà far loro che bene, si sentiranno utili come 50enni.

Elias Canetti

“La cosa più dura: dover tornar sempre a scoprire ciò che già si sa.”

Samsara

26 novembre, Milano.

Ultima zanzara ammazzata in casa, per ora.

Regole preliminari

Come nel sesso ci vogliono i preliminari. Sono indispensabili. Ci si sfida, ci si carica, ci si insulta, si cerca il posto più comodo dove giocare.
Del mazzo classico da quaranta si danno dieci carte a testa, quindi tutte.
L’asso prende tutto nello scopone scientifico, se è considerato un semplice uno si chiama scopa liscia. Ora perchè si dica caffè liscio o corretto e scopa liscia o d’assi è un mistero; mettete in chiaro prima se durante il primo giro si possono usare gli assi prima di giocarlo e scoprirlo per poi doverlo ritirare su.
Per decidere chi deve fare il mazzo, che sarà poi avvantaggiato essendo l’ultimo a prendere e il cui socio potrà fare scopa all’inizio, si pesca una carta ciascuno, la più bassa fa il mazzo. O la più alta, dipende, basta mettersi d’accordo prima. O durante insultandosi, come si preferisce.
Per dare le carte non c’è un vero metodo, se si fa tagliare il mazzo prima di distribuirle si evitano poi discussioni sull’avere rubato o meno, si possono dare una ad una, due a due, uno due tre quattro, tre a tre e poi una, l’importante è darle giuste perchè se si sbaglia due volte di fila il mazzo passa all’avversario.

Nietzsche

“Io non posseggo alcuna dottrina e in più faccio fatica ad esprimerla.”

Insiemi che contengono insiemi che li contengono

L’umanità è parte di noi e ci comprende tutti.

Il bene

Il bene è l’utile dell’umanità.

Daumal

“so tutto ma non ci capisco niente”.

Invisibile

L’assenza d’evidenza non è l’evidenza dell’assenza.

The ascent

In the ascent you breath so loud

the beating pulse is all you sense

you see yourself upon a cloud

hence you’ll listen to nothing else

on the top the noise will stop

and heavy thoughts will drop

hear clear silence of blowing air

in the middle of nowhere

where men feel close to the sky

and the spirits lightly fly

when there is no one to blame

it will start to rain again

as a voice togheter sing

on a free ladybug’s wing

didn’t need any way down

we just needed each other sound

running was lighter than walk

to understand we didn’t talk

feeling everyone’s around

cause the effort’s a deep bound

as your feet touch the ground

with new friends yourself you’ve found

on the path on roots and stones

feel the rythm in our bones

searching jupiter in the sky

looking up above our nose

sensing time is passing by

moon and friends are always close

we came here to have a try

now we leave but we won’t cry

knowing that we learned much

we should really keep in touch

from tomorrow in our home

we won’t feel so much alone

from tomorrow smile and think

at those unbreakable links

we’ll remember tosts and drinks

and in sorrow we won’t sink

traduzione tradimento?

in salita respiri così affannosamente
che il cuore rimbalza nella tua mente
tra le nubi ti vedi luminoso e ridente
ad altro non pensi che al vuoto niente
gravi pensieri ti lasci alle spalle
in cima solo senti il rumor delle stelle
ascolta il silenzio del vento che romba
lassù sei solo vita il mondo è una tomba
dove ci si sente più vicini al cielo
e spiriti danzano dietro al velo
quando nessuno puoi maledire
e la pioggia non sembra voler finire
d’un sol fiato insieme cantare
libere coccinelle pronte a volare
non c’è bisogno di un vero sentiero
ma sentirsi con gli altri un semplice intero
e correre è più facil che camminare
non servon parole per farsi capire
poichè la fatica è un legame profondo
e il suono di passi amici fà da sfondo
senti i piedi posarsi sul mondo
e gli altri capisci in un secondo
sul cammino passar su rocce e radici
sentir il ritmo nelle ossa, sentirsi felici
naso all’insù nel cielo a cercare giove
sentire le lacrime sentire che piove.
siam venuti per metterci alla prova
chi cercava qualcosa amici ora trova
sapendo che abbiamo imparato un bòtto
dovremmo tenerci tutti in contatto
da domani torniam ai nostri paesuoli
mai più sentirem d’esser poi così soli
da domani a casa ripensa e sorridi
a quei legami indistruttibili
ricordi dolenti mesto e muto gridi
brindisi a fantasmi memorabili

Francia, Vers estate 07
ricordi di spiegazioni di ricordi di impressioni on aprile 12, 2010 said:

Sento, ondeggianti come steli di lavanda
i miei compagni spazientirsi, in attesa dell’alba,
sento, un silenzio lento immobile concentrato nel vento
denso che sembra pesare
quasi il pensiero fosse di plumbee nubi
e nel vuoto si propagasse alla velocità del suono
il sole si fa attendere, il tempo no,
i colori cangiano e il sole sale un po’
stiamo facendo quello che raramente facciamo,
quasi per disabituarci da ritmi meccanici e infecondi,
stiamo a sentire l’effetto della terra che gira,
ognuno è solo e la sua attenzione
vola tra gli altri frusciando, li accarezza li circonda
osservo percepire la situazione, li vedo sentire la posizione,
come se avessero delle vecchie radici,
come fiori o menhir,
passivi lasciano che il sole di ogni giorno li penetri fino a scaldarli,
scrollano di dosso tutte le mattine perse senza gusto,
li guardo osservare loro stessi muoversi assieme in sintonia verso il sole
guardo i loro volti assonnati illuminarsi nell’inconsueto rito
li vedo uscire dal loro abituale mondo come da una scorza d’ombra
sento in loro l’aria di una preghiera
gustano un altro giorno eterno.
il tramonto tra i monti non è un granchè
si è stanchi e distratti si cantano le quotidiane fatiche
un giorno dico che la routine va spezzata
il giorno dopo, invece, la luna, mai così piena, 
è oscurata dai lampi di un temporale inopportuno.
Ci troviamo in piedi alle 3 per essere in cima al monte in prima fila per la nascita del sole
colpo di scena scema il temporale
e dopo aver perso ore di sonno e un po’ d’entusiasmo ci incamminiamo sulla via

La prova del nove

Oggi eravamo in 5 e pur di non giocar con espo ho rinunciato, risultato: anche senza il mio aiuto espo è bravissimo a perdere.

Piccolo vadevecum delle regole della scopa:

Prima di iniziare accertarsi che tutti sappiano le stesse regole:

1-il Re bello non è un punto. “eh ma a casa mia…” – “…e ma a casa tua sticazzi!”

Molto controverso anche se si possa giocare l’asso in prima mano, variabile fonte di discussioni infinite.

Il nove è la donna ma anche il cavallo.

2 sconfitte consecutive

Oggi in uni dopo lezione ho fatto l’errore di far coppia con espo…

Risultato: due sconfitte, 30-17 12-2 … Abbiamo deciso di tenere un diario con i punteggi, una specie di tabellone, vuoi per le statitstiche vuoi per bullarci mi è parsa una buona idea, pur di non giocare ancora con Espo mi sa che tengo i punteggi, farò l’arbitro e lo stenografo.

livello spot della Wind

LO STATO CON PIù GATTI? IL MICIGAN

Scemate

Uno scrosciante ruscello di scintille scemava come uno sciame scendendo quasi a sciogliersi, trascinato come un fascio di luce in un crescendo di scie ascensionali talvolta lasciandosi scivolare scindendo la notte come una sciabolata a fendere lo sciabordio dell’onde liscie che sciacquano il bagnasciuga.

La mentalità dei lamentosi

Fuggono il contatto. Anche solo lo sguardo. Ognuno ha schifo di tutti; della massa che ci ingloba deforme, mai sazia divora parole e vorace consuma beltade… Cosa vorrebbero loro da me?
Silenzio…
Sarebbero disposti a pagarlo, un bel silenzio metropolitano,quel silenzio che cercano gli occhi nelle scarpe, che le abitudini rincorrono per strade consunte di sfuggita, quel silenzio assordante che penetra nello sguardo vuoto di chiunque, quel rumore di sferragliamenti preferibile all’amaro violino lamentoso e stridulo…
Oppure cose che potrebbe dire chiunque in qualunque contesto. Qualcosa di attuale o di dimenticato, qualche sensazione che si sono lasciati scappare, che vogliono succhiare fuori dalle parole, raramente vogliono qualcosa di nuovo.
La ripetizione li rassicura, non vogliono imparare niente di superfluo, vogliono che sia veloce e non indolore, vogliono dolore a bizzeffe per sentirsi vivi, per poter immaginare di suscitare compassione, vogliono menzogne, vogliono nonostante tutto continuare a dormire.

La moda impera che tutti fuggano la massa, essere esseri unici come tutti gli altri.

Per ingannare il tempo

Dacchè troppo spesso e frequentemente è il tempo ad ingannarvi, mi propongo, senza secondi fini, di accompagnarvi in uno sventato e ardito ragionamento con il quale vi condurrò, se vi permetterete di percorrerlo senza remore nè preconcetti, ad obliarvi in esso fino a scordare l’eterno metronomo sprofondandolo affogato nel Lete. Obiettivo: sedare l’omino che sta al computer nel vostro cervello, quello che calca il palcoscenico dietro il sipario che vela i vostri occhi, lo farò calare in un limbo abissale in cui echi antichi di ditirambi rimbombano tra i timpani nell’anfiteatro dolby surround della vostra mente. Se altri vi guidò nella selva di sfere stereotipate di ciò che vi hanno imposto come vizi e virtù io vi dò una traccia, orma dell’ombra che mi perseguita, la ricetta di uno stratagemma per ignorare fino ad escludere quello scrosciante mormorio incessante, stridulo acuto et gravoso fardello che opprime e d’oro incatena lo spirito vostro. Financo voglio chiudervi a doppia mandata nell’angoscia in voi stessi sicchè possiate affogarvi quella favella che instancabile vi assilla, soffocarvi la voce dal buio eterno dietro che avida e vorace rammenta cantilenando ad ogni secondo un secondo in meno. Preparatevi, tenetevi strette le vostre care vecchie cattive abitudini, strette fino a fare male e lasciatevi nel vuoto, perchè è nell’ozio più totale che ci raggiungeremo.

Ancora un anelito, uno spasmo quasi involontario mi fa sussultare, ogni possibile azione in un tremito mi schifa, conato cosciente di un falso proposito, mi disgusta la stessa inedia in cui mi sprofondo e la reazione è uno scatto che i nervi trasmettono in un brivido. Un nodo alla gola m’ingolfa d’odio verso me stesso, la noja mi stritola ma rimando svogliato l’impegno impellente, bisogno di fare qualcosa, di superfluo, nemmeno uno stimolo mi scuote dal torpore apatico in cui mi lascio rinchiuso, solo il barlume di un verso a riportare la rabbia a fior di pelle, uno sfogo catartico, in un attacco di nevrosi mi contraggo impulsivo. L’insoddisfazione compressa nel senso di vuoto che mi lascia attonito a bocca spalancata protesa ad afferrare in un bacio il niente che mi scatena un’acquolina sadica di acido, eppure per inerzia non riesco a placare la voracità dello sguardo che pesca nel vorticoso limbo senza tempo dell’immaginazione che corre corre corre sempre più forte… si beh anch’io parlo da solo talvolta, sì, ma cosa diamine sto leggendo? mi sento una cavia in un esperimento invadente e nessuno ha chiesto il mio consenso, adesso stacco lo sguardo…va beh, non mi farà dire che sono un pirla a meno che anche lui l’abbia pensato…

è il paradosso dello stronzo che scrive scemo chi legge, ma quanto è malato sto tipo che parla di sè in terza persona nella mia testa? cosa vuole ottenere? almeno dicesse qualcosa…

Sono l’attore, che si svela in una specie di psicomonologo silenziosamente interiore ma invero al contempo esclusivamente pubblico, come se mi stessero facendo rileggere un copione, lasciandomi lo spazio per immaginarmi d’essere al contempo lo scenografo il coreografo e il pubblico, o seguire una traccia incisa su di una stele antica, un percorso eroso diluito dal tempo eppure già battuto e riavvolgibile che ogni volta ha il potere immenso di suonarmi divino con una tonalità sempre diversa,una melodia sulla quale lasciarmi libero di ricamarmi qualche pensiero Mio, mi pare di sentirmi la Sua voce, la voce del qualsiasi lettore e quella del regista si sovrappongono in uno scambio di ruoli che è una danza per gli occhi. Si perde sempre di più nel chiunque ad ogni modo se solo riuscissi dunque a fermarmi dove vuole ovunque perché vuole farmi sapere di avermi riempito di getto senza virgole come senza prender fiato per non essere trascinato fino in fondo precipitare con lui nell’abisso impossibile di una scelta passata che abbia pensato ad ogni possibile reazione, che voglia confondermi? “sei uno strumento” lapidario e senza un contesto, ma anche no.

-schermaschera-

1autocritica per conto di terzi on marzo 30, 2008 said:

Il vorticoso audace circonfluire non poteva trovare migliore riscontro che nella fluente liquefazione grafica vertical finale. Inevitabile il disgustoso rancido retrogusto, per soli palati sopraffini. Sopraffina liberazione gastrointerinale. Poetica dello sbocco, avanti tutta a getto leggero. “Non ricordo cosa stavo pensando prima di pensare che porcodio non ricordo nemmeno A cosa stessi pensando eppure era vivido e logico, lucido e corretto..” come le sfumature e i confini di un sogno appena svegliato disciolte con tutto l’amaro in bocca di un mondo morto sconvolte le orbite ma ecco mi balugina l’alone di un concetto qualcosa di sospeso non ancora cancellato ma irripetibile. ecco con la scrittura a volte si riesce ad imprigionare uno stato o un impressione, e il verso è un richiamo, un gesto ad indicare un fotogramma passato, chi ancora impara non potrà liberarsi dell’ altalena nel vuoto. questo modo di accennare è il meno pretenzioso seppur roboante, illude di svelare la sua stessa ironia ma solo abbozzando un conato “circonfuso di nube indecorosa”. è un continuo aggrapparsi ad altro disegnando varchi, rubando la tecnologia alle scimmie e disseppellendo oro nero dare continua energia al motore del consumo.

autocritica per conto di terzi on aprile 2, 2008 said:

Niente azione, pura contemplazione, lo scrivere mette davanti a una scelta infinita, le strade percorse non sono mai chiuse anche se è sempre impossibile restare nelle stesse orme. è questa immobilità che viene esasperata in quello che non è un racconto in quanto non accade nulla.  Fin dall’inizio è financo troppo falsamente chiaro che lo svolgimento e il risultato sono vòlti a consumare il tempo col pensiero. Infatti spero si capisca che il fulcro del circonfuso tentativo è l’ultima parte a spiovente che seppur non curata nel ritmo è scrosciante. Il solo monologo finale però, fine a se stesso, non avrebbe significato niente di nuovo, sarebbe stato un esperimento riprodotto per riprovare che la voce che detta e quella letta sono sovrapponibili e inscindibili, un puro esercizio stilistico che avrebbe si instillato qualche scintilla nei più bendisposti lettori ma sarebbe stato insipido e fuori contesto come la conclusione dichiara: scrittura è voce impersonale in quanto di ognuno. L’incipit con l’esternazione dell’intento doveva essere però connessa al confusivo sproloquio finale attraverso un piano trasversale e parallelo al contempo. Intermedio o ulteriore che sia questo livello connettivo avrebbe dovuto avere un tono differente per sottolineare la cesura rispetto la parte precedente accessoria ma questo non è riuscito. Se non percepibile nello stile questo salto intermedio è sottolineato dal passaggio ad un solito e vago io narrante che però cessa di rivolgersi al lettore e invero smette ogni altra attività, come se la volontà espressa nelle prime righe comportasse inevitabile dei postumi angoscianti e l’immobile tendere contro l’impossibile. è questa incapacità che incanala a grandi brucianti sorsate la perplessità nel ventre dell’inutilità, dell’inedia, ma non si limita a questo banale voler rendere una sensazione gettandovi il lettore: questo vuoto interiore è la frequenza su cui si sintonizza l’io che non più diviso da propositi di alcun genere tende ad immedesimarsi in chi scrive. Inevitabilmente quantomeno s’ incrocia lo sguardo cercando di stimolare l’empatia necessaria a coinvolgere e a farsi seguire nel più fastidioso monologo successivo. Osservazioni di altri: – altri guidò: perchè un plurale e il verbo al singolare? chi compie l’azione è uno: il solito Dante che però dice di esser condotto da altri, dallo sherpa Virgilio piuttosto che dalle droghe sintetiche o dalla pura figa (insomma un pò di blasfemia e sperimentazione, evoluzione perdio e anche come dice storiemoderne Devianza). – l’et non si può proprio sentire… cara Silvia le cazzate sono scritte per esser notate, insomma qualche assurdità è solo il condimento per farvi dilettare nel criticare, tra l’altro è un accenno ad un possibile chiasmo che sfumerebbe di poco il significato dell’ acuto e quindi creerebbe un ossimoro, insomma è un tranello per lasciar il pensiero perdersi in ciancie. – Dopotutto in pochi hanno letto questo racconto e questo commento è davvero troppo lungo ed arzigogolato perchè qualcuno arrivi fino in fondo, quindi posso anche dire che il diamine era probabilmente un porcodio per molti, magari più facilmente un: “ma che cazzo sto leggendo?!” – Si anche mettere il nome proprio di un fiume tanto per fare quello che dorme al laboratorio di mitologia è una cazzata, un fottuto fregio barocco, dorato da far venir quel voltastomaco.

la temporaneità del temporale on aprile 12, 2008 said:

Fondamento della storia e della storiografia autentica di voi interpreti è stata la comprensione del pensiero: è già il futuro ed è già il rimpianto e la venerazione delle possibilità non avveratesi ma che avrebbero potuto e delle conseguenze future della vostra continua e perpetua potenza di scegliere: è la temporlità l’attimo dopo quest’obsoleto percorso metafisico. Non è nè il presente in cui vi hanno detto di vivere, nè il passato, nè il futuro. Al tramonto “IO NON POSSEGGO ALCUNA DOTTRINA E IN PIù FACCIO FATICA AD ESPRIMERLA”

malagrida on aprile 20, 2008 said:

Letteratura o terapia letteraria, tecnica o emotività, un soliloquio infine. E i lettori cosa guadagnano dalla lettura? Ognuno ha i propri mostri nell’armadio, e non più le armi per sparare ai passeri e alle pernici nel bosco, e vuole a tutti i costi renderli pubblici esibirli, nel girone delle atrocità addobbato come un supermercato. E perchè no? Eliminare la critica sarebbe come eliminare la proprietà privata, un mondo equo che nessuno, nel profondo della propria natura animale, vuole. Ma sai che ti dico, creare personaggi, profili, descrizioni di ambienti e situazioni, intreccio, intreccio, intreccio. Basta con le memorie dal sottosuolo, uno stile che non sia sfogo ma omaggio al sublime capace di colorare il percettibile delle numerose sfumature che offre la vita.

L’ozio è lo zio del vizio

L’ozio è lo zio del vizio, ah l’ozio quant’è dolce in compagnia e da soli si trasforma in acida accidia, e quell’otium tanto sospirato che è poi libertà dal lavoro salariato, l’ozio che è comodità del giacilio e una buona colazione, condita con dell’istruzione che seppur con vanto ci fa sentire così inadeguati, quale gaudio nel sentirsi umanamente mesti e quanta gloria nell’essere mortali, come non sentirsi finiti nell’infinito susseguirsi di un attimo solo, come non sentirsi saggi constatando che il tempo volgerà al meglio, che l’unica costante è il continuo variare e quanta consolazione nell’accorgersi che i sogni non si realizzano solo perchè cambiano, e non perchè noi non lo vogliamo abbastanza, e quale frizzante benefico fastidio nello scoprirci ancora e sempre dei vizi che ci caratterizzano così sciocchi e privi di senso da farci essere squisitamente umani. Che bene amici, che piacere il doloroso vivere e quanto non ci mancherà, quanto ci manca tutto ma mai le parole per coprirci di ridicolo. L’ozio ormai ci è stato rubato dalla televisione è diventata frenetica passività, costante impegno nel farci infarcire di storie non nostre, continuate a tenere gli occhi aperti perchè il pensiero è più forte al buio, e come non compatire i ciechi che perdono metà del mondo e che devono ascoltarsi e seppur si sentano meglio non sanno dove si menano. Quanto è dolce il non far niente solo per sentito dire, perchè siamo occupati, sempre più occupati a divertirci, è triste il non far niente ed uccide persino, il non far niente di una volta era studiare sempre di più per sentirsi sempre più ignoranti, senza saperlo, il non far niente d’oggi è opulenza è tempo sprecato è disoccupazione è una piaga. Una pestilenza inventata in provetta dagli stessi che ci vogliono sempre più produttivi, dover fare, dover dire sempre di più, una continua rincorsa a lavorare sempre di più pur guardando sempre più televisione. E più siamo pieni di luoghi comuni, schifo e pietà e risate per le figure di merda dei buffoni ch’eppur ci abbindolano, e più ci sentiamo di aver vissuto anche le vite degli altri che ci hanno coinvolto e fatto compassione più siamo in realtà vuoti, più storie conosciamo meno viviamo le nostre, non crediamo nemmeno di esistere se non presenziamo su uno schermo. Questo è facebook, un immenso reality, i fatti di tutti finalmente immortalati, con le volute maschere e non esente dalle pubblicità, bello immediato come un videoclip in cui si danno le istruzioni su come socializzare, senza nessuna preminenza per la parola scritta che anzi diventa banalità condivisa, certo si partecipa dei sentimenti altrui ma in maniera grossolana, e ci si capisce sempre meglio e ci si invidia e ci si odia forse più di prima. E l’ozio moderno diventa fissare uno schermo per ore, aspettando che qualcuno dica o faccia qualcosa di interessante al posto nostro, senza mai saper cosa dire ma con sempre più voglia e impazienza di dire qualsiasi cosa, di emergere come se fosse un dovere. L’ozio moderno ha in sè lo strazio, il seme di una depressione qualunquista, che lascia perplessi e indolenti, e in un mare di informazioni di colpo accessibili tutto si riduce ad un unico canale, ad una seconda vita che non è completamente diversa, dove uno non si inventa ogni giorno migliore ma invece scimmiotta quella che non è più reale se non passa attraverso uno schermo. E giù ad ingolfare, sempre che sia possibile, la rete di impressioni di sentimenti condivisibili per carità, ma sempre più ostentatamente condivisi, e il tempo oggi mi mette tristezza e vaffanculo a tutti quelli che… ma poche cose degne di nota, e sempre meno gente se ne accorge. E il vantaggio più interessante della rete, quello di metter in contatto cervelli distanti e sconosciuti o meglio idee diverse e senza volto, viene soppiantato da una voglia di socialità più gretta, come se in una biblioteca enorme i romanzi rosa soppiantassero quelli di filosofia. Ed anche la realtà virtuale si conforma alle leggi sociali dell’apparire, e l’ozio è divertimento obbligatorio, non semplice convivenza in buona compagnia. L’ozio è ormai visto come quello dei lazzaroni, che dormono o vivacchiano, che si masturbano o fissano il soffitto come innamorati inconcludenti.

Nebula

Da molto prima che incominciasse la storia, sfuocato nella memoria di generazioni dimenticate, senza per questo aver perso nell’immaginario comune la vividezza della vita di tutti i giorni, l’odio aveva continuato a prosperare, sotterraneo come lava raccogliendosi nelle azioni abituali, pronto ad esplodere senza preavviso, come il capriccio di un bambino. Nessuno ricordava l’inizio di quella sciagurata guerra e per questo da ambo le parti v’era la certezza che la ragione fosse prerogativa del proprio popolo e i torti subiti fossero scaturiti dall’altrui arroganza, non certo da malintesi ingigantiti e da biechi interessi di entrambi. Se nessuno ricordava la scintilla che aveva fatto traboccare l’odio facendolo straripare nella più grande guerra di sempre, era però noto a tutti com’essa s’era conclusa, poiché la vita da quel momento in poi era stata scandita proprio in funzione di quest’avvenimento che lasciando lo strascico invisibile su ogni piccolo particolare, aveva finito con l’essere onnipresente, quasi la vita fosse diventata un rito di commemorazione di quel singolo evento da cui nulla poteva sperare di nascere. Se la guerra era infatti finita in sostanziale parità, cioè senza lasciare un bilancio di morti che i due contendenti potessero considerare positivo, dopo gli armistizi, nonostante il susseguirsi di faide e vendette private che i più evitavano di notare per non dover ricominciare quella guerra così difficilmente chiamata civile, si era instaurato un regime d’immobilità che per congelare l’astio aveva finito col dividere ancor più i due popoli. La soluzione che era stata adottata era infatti di evitare scontri, confronti e contatti di alcun tipo mediante una separazione netta. Dapprima venne drasticamente decretata la spartizione del globo, un popolo a nord e uno a sud. Inutile dire che, oltre a non avere forze né volontà di lasciare le proprie case e i propri morti per migrare, i due popoli si accanivano con i profughi isolati, indifesi, cercando di mondare la terra col sangue nemico e in alcune zone attuando una pulizia etnica nel tentativo disperato di eliminare il problema eliminando sommariamente il diverso. Quando, dopo anni di silenziosi scontri e sparizioni, con uno scandalo che coinvolse le alte sfere di ambo gli emisferi, venne fatta luce sulla barbarie che dilagava a causa di una tanto stolta decisione, un uomo fino ad allora considerato folle per via della sua bizzarra e malsana idea di essere super partes propose una spartizione ancor più radicale. Questo antropologo misantropo fu il fondatore di un nuovo ordine, dove tutti gli altri avevano fallito lui solo, con un’idea geniale perché pazzesca, riuscì a placare l’odio ormai stanco dei due popoli ormai distrutti. L’assurdità della sua idea e lo stato pietoso in cui versavano i due acerrimi nemici stravolti da tanta insensata crudeltà furono i motivi per cui essa si rivelò tanto funzionale. Avendo fallito nello spartirsi geograficamente il globo egli brillantemente studiò e suggerì loro come spartirsi il tempo. Da quel momento esatto i due popoli per evitarsi avrebbero dovuto semplicemente alternarsi, uscire allo scoperto solo quando gli altri fossero stati in casa, dividersi le ventiquattrore per non vedersi e non rinfocolare così vecchi dissidi e non causarne di nuovi. La decisione era inoltre agevolata dal fatto che i due popoli erano per natura l’uno più adatto alla luce del giorno e l’altro, al contrario, alla notte. I nottambuli, alla vista più pallidi, tendenti all’albinisimo, avevano da secoli sviluppato un’innata capacità di vedere al buio probabilmente perché dei loro progenitori, vivendo in caverne e cunicoli sotterranei, avevano sforzato maggiormente quell’attitudine piuttosto che altre, e la loro vista, al sole, era tanto debole e provocava loro una tale emicrania che non furono affatto scontenti di riunciarvi per sempre. I diurni, occhi azzurri e pelli bruciate da sempre, sensibili al freddo notturno e inquietati dal buio, non si lamentarono dal canto loro di non dover più sopportare la vista di esseri emaciati, il cui pallore era un gran fastidio per gli occhi a cui parevan così cupi e misteriosi. Da due generazioni i popoli si evitavano accuratamente, avendo deciso che alba e tramonto sarebbero stati il limbo, la terra di nessuno a cui ambedue avrebbero rinunciato, era assai difficile che si incrociassero. Per lo strano meccanismo intrinseco alla natura umana per il quale però le cattive abitudini sono restie al lasciarsi abbandonare, serpeggiava sempre e comunque il malcontento e il vociare maligno riguardo al diverso, seppur ormai sconosciuto, s’insinuavano ovunque condendo ogni avvenimento. Così se una volta per un’emergenza qualcuno sforava e invadeva il “terreno” altrui, ne usciva una questione di stato, di capitale importanza che si protraeva per giorni e che alimentava il risentimento che i due popoli ormai sconosciuti l’uno all’altro covavano nonostante tutto. I racconti di guerra si facevano più vaghi e per questo i due popoli potevano attribuire maggior onore a se stessi e peggior infamia all’altro, le nuove generazioni in tutto questo crescevano in un clima di sospetto indifferenziato per qualcosa di ignoto, maturavano in un ambiente carico di maldicenze e leggende, di stereotipi e luoghi comuni che per il fatto stesso dell’inavvicinabilità del diverso sarebbero sempre rimasti tali, e sarebbero stati accresciuti da qualsiasi accadimento. Il risentimento e l’invidia, la nostalgia per quella fetta di orologio perduta e intoccabile erano il pane quotidiano della povera Astrid, cresciuta in una famiglia di nobili origini ma limitate vedute, a cui i genitori avevano dato un nome che a dispetto del suo aspetto, quasi bruciacchiato dal sole, invocava il tremolante baluginare dei tanto compianti forellini che il lenzuolo della notte, ormai identificato con il buio del sonno, non mostrava più loro. Nonostante fosse nipote di quel folle responsabile del “taglio dell’orologio” era una ragazzina introversa e cupa, a cui piaceva star sveglia fino a tardi e spiare l’oscurità che amava fotografare, senza tuttavia esserne davvero capace. La sua passione era resa addirittura impossibile dalla mancanza di flash, proibiti dalla legge diurna e peggio severamente vietati dai genitori, che cercavano anzi di soffocare quella sua mania che ricordava loro i geni del nonno, rinchiuso in un manicomio perché incapace per primo di sottostare alle sue stesse idee. Il nonno aveva infatti dato prova di enorme squilibrio qualche anno prima cercando di insegnare alla nipotina i nomi delle costellazioni portandola con sé in illegali escursioni notturne. Quando l’avevano sorpresi, sulla barchetta del nonno, questi aveva farfugliato che quella legge era il drastico provvedimento, l’unico possibile vista la situazione, ma che valeva ben la pena fare eccezioni per persone speciali e che lo stesso luogo dove l’avevan trovato era come un’isola sulla quale lui aveva l’impunità e altre fandonie che non convinsero i nottambuli che credendolo uno spia lo denunciarono ai diurni i quali sapendolo pericoloso decisero di internarlo. Al vecchino, ormai ritenuto innocuo, dopo qualche anno di reclusione venne proposto di tornare dalla sua famiglia. Ma in manicomio, nel quale poteva decidere che ritmi di vita avere, se vivere la notte o il dì e dalle cui finestre osservava curioso dei flash squarciare il buio, si trovava tanto bene che non volle uscirne, maledicendo anzi quella famiglia che a suo parere l’aveva condannato e rimpiangendo solo che la nipotina fosse amputata della notte anche a causa sua. Si sentiva colpevole di averle rovinato un futuro, di averla privata della possibilità di vedere il tramonto e le fasi lunari, era in qualche modo sua la responsabilità dell’estremizzazione della situazione. Nel manicomio inoltre aveva conosciuto uno squilibrato piuttosto ragionevole dell’altro popolo col quale aveva stretto amicizia per la strana legge che fa si che i reietti di due popoli nemici, odiati ed estromessi da queste società, trovino spesso argomenti in comune e mutuo soccorso, non solo per compagnia ed empatia ma proprio per caratteristiche personali che li hanno portati nella stessa situazione affinché s’incontrassero, che non voleva per nulla lasciare, senza la cui presenza si sarebbe sentito perso. Questo personaggio affatto malato era rinchiuso per ragioni consimili: dopo aver denunziato infatti gli orrori non solo non arginati da qualche generale del suo esercito durante la grande migrazione, ma anzi promossi e condonati era dapprima passato come eroe ma dopo poco, complice la sua testardaggine nel voler continuare l’opera di pulizia dalla corruzione, era stato tacciato di schizofrenia e gli era stata diagnosticata una mania di persecuzione grave la cui unica cura era la prigionia. I figli di questo grand’uomo lo avevano addirittura misconosciuto, gli avevano da sempre interdetto l’uso della loro abitazione e per questo se anche avesse potuto uscire dal manicomio non avrebbe fatto altro che condurre una vita da randagio alla quale proprio non teneva, per questo restava volentieri accanto all’inventore del “taglio dell’orologio” e con lui guardava nel vuoto della notte verso i flash che con la vista abituata riconosceva come quelli di una macchina fotografica mentre l’altro con gli occhi quasi bianchi colmi di follia credeva essere lucciole o scoppi di stelle. Gli anni passavano e nella memoria di Astrid il ricordo del nonno s’andava affievolendo mentre la curiosità aumentava; delle volte giocando sulla spiaggia con la sua macchina fotografica e le fotografie s’inventava storie, quasi sempre ambientate di notte, fin quando il cielo s’arrossava e i genitori la richiamavano a gran voce, che corresse prima che scattasse il coprifuoco. Una sera che s’era trattenuta sulla spiaggia più a lungo del solito all’ombra fresca di una palma, appisolatasi con un’espressione beata sul viso abbronzato, la madre imbufalita dalla preoccupazione la venne a svegliare e la portò ancora insonnolita a casa di forza dal padre pronto a farle l’ennesima ramanzina. Nella fretta la madre non aveva raccolto le fotografie dalla spiaggia e aveva danneggiato la macchina fotografica trattandola senza la cautela dovuta, inutile dire che quella notte Astrid non riuscì a prender sonno e maledisse la sua famiglia, il suo popolo e quell’assurda situazione che le impediva di andare a riprendersi le sue care fotografie. Quale non fu l’orrenda sorpresa quando all’alba non trovò più le sue foto! Tale scoramento era ingigantito dalla momentanea impossibilità di farne altre e dal vedersi quindi privata del suo passatempo e dei suoi gingilli. Dopo l’abbattimento iniziale si sdraiò esausta sotto la consueta palma fantasticando su chi mai avesse potuto compiere quel furto inutile. Si diceva che l’altro popolo fosse ladro per natura, ma che interesse poteva avere un nottambulo nel prendere fotografie luminose, solari, di un mondo che non gli apparteneva? Rivoleva così tanto le sue fotografie ed era tanto disperata che decise di appostarsi, incurante delle raccomandazioni dei genitori e della legge stessa, per aspettare e scoprire chi fosse il ladruncolo. Ogni giorno tornava all’alba sul posto ad osservare le orme, sempre le stesse, dilaniata dalla curiosità e dal bisogno di riavere quelle immagini che ritraevano il suo mondo ma anche una parte di lei. Escogitò uno stratagemma rischioso, avrebbe usato le sue ultime fotografie, le più care che aveva, come esca, certo se le avesse perse la sua vita non avrebbe più avuto senso e si sarebbe gettata alla cieca nella notte alla loro ricerca. Incerta sulla riuscita però tergiversava, ogni giorno s’attardava un minuto di più a guardare il tramonto e solo quando il sole toccava il mare all’orizzonte correva a casa, senza lasciare le preziose foto, troppo timorosa di perderle. Decise di scrivere un’eloquente e sentita supplica sul retro delle foto, che rappresentavano gli ultimi squarci di un mondo senza le quali non avrebbe più potuto vivere, le venne davvero bene, strappalacrime all’inverosimile, il che la convinse ad attuare il suo progetto. Quella notte, lasciate le foto nel solito posto, una volta coricatasi sognò una vòlta stellata e la luna turca che come una palpebra sembrava si stesse aprendo lasciando sgorgare i segreti racchiusi nella notte, aveva legato le foto e messo un rozzo antifurto di barattoli, certa che al buio chiunque ci sarebbe cascato e l’avrebbe svegliata, e si svegliò al sentirli ma solo in sogno, cogliendo con le mani nel sacco suo nonno diventato bianchiccio e tutto bardato per sopportare il freddo della notte, dopodichè vide un flash e si ritrovò nel manicomio in cui peraltro non era mai stata sentendosi sperduta avrebbe voluto gridare, ma invece che far uscire alcun suono dalla sua bocca, fu lei ad uscire dal sogno, senza tuttavia sentirsi sollevata, avrebbe voluto chiedere al nonno cosa significava il sogno e che posto era mai quello dove l’aveva portata, giacchè non sembrava normale affatto. Era da mesi che si sentiva cambiata, si sentiva diversa da quelli del suo popolo che non facevano che sparlare abitualmente di qualcuno che non avevano mai visto e da cui non avevano subito alcuna angheria, lei che invece era stata derubata non si accaniva né tantomeno andava in giro a dar forza a quelle dicerie assurde, pur essendo l’unica ad esserne in diritto, la faceva andare in bestia la normalità con cui per partito preso, per ignoranza, la sua gente moltiplicava le voci e faceva sembrar vere antiche leggende. Così come i nottambuli potevano esser chiamati sozzoni perché, ritenuti ciechi, non avevano bisogno di togliersi lo sporco e il fatto che andassero in giro coperti per il freddo non significava certo che avessero da nasconder alcuna bruttezza, così come loro che andavano in giro seminudi al sole potevano esser chiamati selvaggi dal punto di vista degli altri, così a parer suo erano tutte assurdità. Quanta gioia l’indomani, quando, spazzati via tutti questi pensieri come foto nel vento, rivide da lontano le sue amate foto al loro posto, si sentì sollevata, quantomeno il fallimento non era stato totale, nessuno nella trappola ma almeno i suoi fogli colorati erano ancora là, ad aspettarla. Ma avvicinatasi e prese in mano le sue care immagini per coccolare i suoi occhi con i suoi ultimi tesori, non ci poteva credere, non ci voleva credere, quale fu la delusione e la sorpresa nel constatare che non erano le sue. Impallidì lasciò cadere i fogli e iniziò a gridare, alcuni diurni che la sentirono credettero fosse il segnale del coprifuoco e rincasarono in fretta e furia. Non era possibile, qualcuno le aveva sostituite, con ogni probabilità quello stesso qualcuno che le aveva rubato le altre, ripresasi dall’attacco di nervi che l’aveva còlta, si distese, non accorgendosi che qualcuno da lontano l’osservava, senza sentire l’inconfondibile susseguirsi quasi rabbioso di scatti che come un metronomo impazzito dal ritmo bizzarro la prendevano di mira di nascosto, e dopo aver guardato a fondo quelle foto non sue, s’appisolò. Quando iniziò a sognare quella persona misteriosa che era entrata di soppiatto nella sua vita, che possedeva ora le sue poesie, la parte più intima di lei e quella storia avvincente che stava scritta dietro e nelle fotografie lo immaginava bianco come la luna, con negli occhi il vuoto infinito della notte, oscuro e misterioso, probabilmente aveva anche il flash!!! A quel pensiero si svegliò di soprassalto, guardò le foto e capì cosa fin da subito l’aveva stregata, le inquadrature, i soggetti, erano i suoi, erano gli stessi che lei aveva immortalato, solo con un’altra luce che li faceva apparire più irreali, come mai lei avrebbe potuto vederli. Questo la sconvolse a tal punto che quasi il cuore le traboccò di gioia, qualcuno le era entrato nei pensieri e aveva esaudito i suoi sogni, qualcuno che stava poco lontano e sorrideva da dietro un obiettivo, ma chi era? Chi poteva aver capito così bene quello che desiderava più di ogni altra cosa? Decise di aspettarlo fino al tramonto, fosse anche stata la cosa più avventata e pericolosa, poteva essere un maniaco che la voleva irretire, perché no? Con tutte le voci che circolavano…tutte le voci, si disse, tutte le voci sbagliano si convinse, chi aveva penetrato il suo segreto non poteva che essere un animo nobile, qualunque tonalità di colore la sua pelle avesse e ferma più che mai nelle sue intenzioni restò a guardare il sole scendere fino a sfiorare il mare. Lei stava lì di spalle, era già suonato il coprifuoco e una fetta di sole era già sparita, quando Nebula, questo era il nome del ragazzo e come avrebbe potuto essere altrimenti?, si decise a muoversi, e le andò incontro, quasi seguisse la penombra, quando il sole era proprio a metà sulla linea dell’orizzonte e il cielo stava sfogando i suoi colori più belli, quasi consapevole che per la prima volta da anni qualcuno lo stava ad osservare, egli si sedette in silenzio al suo fianco. Lei non si mosse finché il cuore non smise di sbatterle in petto facendola tremare, solo allora si voltò e sorrise.

La storia potrebbe esaurirsi qui, con questa immagine istantanea di rare felicità e libertà in un mondo diviso, senza albe né tramonti e questi due giovani con tutto il futuro davanti per cercare di migliorare le cose, quasi fossero i pallini dello yin e yang che volendo unirsi per colorare tutto il resto, con un semplice sorriso ispirassero speranza. Ma non è così che è andata, una volta calata la notte infatti, spenta finalmente la vista abusata, Astrid vide una luce accecante e la luna e le stelle e cercò di saziarsi di sorrisi, sussurri e baci e tutto vorticava finché un riflettore, che agli occhi nottambuli di Nebula apparve come una nube, li inquadrò e li strappò al loro sogno, riportandoli tragicamente alla realtà nella quale vennero arrestati, denunciati dai loro stessi parenti, – proprio come suo nonno quel Nebula là, uno svitato, una testa calda, ma tu guarda i giovini d’oggi non hanno rispetto né per la legge né per le tradizioni – e rinchiusi nello stesso manicomio dei nonni dove vissero per sempre felici e contenti.

2Stklaus on novembre 15, 2008 said:

insomma, pare che in questo racconto gli unici ad essere sani di mente siano quelli rinchiusi in manicomio. tutto sommato l’analogia con il nostro mondo cronologicamente unitario non è poi così sforzata. si dice che lo schizofrenico non riferisca i propri pensieri al suo Io, ma che li proietti nel mondo esterno sotto forma di voci…uno schizofrenico potrebbe obiettare ” nn siamo noi ( inteso come le sue tre o quattro personalità ) che proiettiamo i pensieri e alluciniamo delle voci, siete voi ( intesi come noialtri sani cn una personalità ciascuno ) che non volete sentire le voci e fate finta di pensarle voi quelle cose lì…”. bisognerebbe scoprire cosa dicono le voci, dopotutto. c’è da dire che il pensiero dei geni, divergente e caratterizzato dalla capacità di considerare i problemi da prospettive anche contrapposte, giungendo a sintetizzarle, assomiglia molto a quello dei matti, c’è da dire che il mondo è talmente grottesco che forse è più da compatire colui che ci si adatta alla perfezione piuttosto che colui che volta la testa dall’altra parte e/o si stacca la testa, direttamente, ci sarebbero da dire un sacco di cose ( anche sul mio impiego della punteggiatura e della lingua itagliuana in toto ), ma resta il fatto che i matti vivono e muoiono soli e senza eredi. che poi magari se gli psichiatri continuano a dire che la schizofrenia è ereditaria a qualcuno un dubbio sul fatto che gli internati scappino di notte per ingravidare le meglio donne della società bene gli verrà anche…

 3zea* on novembre 17, 2008 said:

nettamente avrei preferito l’assenza dell’elfo, restando nella mia indole principalmente sognatrice. Ridurre il tutto ad un fatto di “un giorno salveranno il destino del mondo” fa troppo supereroe da telefilm, la situazione in bilico è appropriata e lascia il lettore tutto al di fuori che insoddisfatto. Il finale aperto suggerisce in modo inequivocabile immagini alla fantasia, e le mie personalmente non si riversano nella tana del manicomio, nè contro i parenti. per una volta una storia alla romeo e giulietta poteva anche finire lietamente, senza ridursi a giocare a fare shakespeare.

5schermaschera on novembre 17, 2008 said: A Shakespeare non avevo davvero pensato, effettivamente il secondo finale serve solo per fare apprezzare appieno il primo, poi mi sentivo in dovere di spiegare che i due rappresentano i pallini dello yin e yang perchè è l’immagine da cui ho fatto cristallizzare la storia, il ribaltamento manicomio/normalità mi pareva opportuno completarlo e un pò di sesso non guasta mai… Il commento sotto era per iniziare una conversazione col lettore, suggerendo un possibile prosieguo per stimolarne di ulteriori, come altri hanno sottolineato si vede anche che è scritto di fretta, a me piaceva di metter più finali e non sono insoddisfatto del risultato, anche se sembra che gioco a far Squotilance

Replica 6zea* on novembre 17, 2008 said:

fa piacere vedere una tale rapidità di risposta e un’abbondanza di giustificazioni che possiamo dire accettabili. adoro lanciare sassolini nelle pozzanghere e sollevare lievi onde. preferirei un maremoto, ma la dolcezza dell’acqua che accarezza i piedi tranquillamente massaggiandoli è comunque piacevole. anche al caro william un po’ di sesso non guastava mai. e guarda un po’ dove è arrivato.

Maremoto

Nel buio silente sono puro pensiero, non ho bisogni né progetti e non ho pensieri perché sono pensiero. Sono morto da sempre, sono nato da sempre e tutto ciò è irrilevante e improbabile al contempo, vengo dal nulla e ivi tornerò né arricchito né deluso, sono il vuoto eterno, un’increspatura sull’ onda della vibrazione cosmica di fondo, non sono massa né energia, sono polvere pensante. Sono da sempre morto e da sempre anche vivo, non sono che la manifestazione incosciente di ciò che è da sempre già finito. Mortale. L’assurdità della mia potenza di non essere più, capriccio del caso nel brulicante avvenire dell’impossibile, già l’esistenza del pensiero destinato ad una fine e ancora il ricordo di un lume consumato. In lungo e in largo e in profondità vago eppure lo spazio intorno in quell’istante immobile. Mortale come una parola riletta, indifendibile, contraddittorio come qualcosa che è stato ed è stato dimenticato, senza prove davanti a nessuna giuria, l’apparire dell’orma di un’ombra davanti all’oscuro orologio. Sentimenti sensazioni impressioni che non lasciano traccia, vissute per modo di dire in un luogo che già da sempre non sarà più stato, puro pensiero come un nastro che galleggia nel vuoto appena prima di scomparire, un pasto breve del nulla ingordo, senza volto né voce senza aspetto né messaggio. Un immenso inutile punto di vista sul vuoto, un battito di ciglia sull’ abisso quadrimensionale, tempo mai passato, da sempre parentesi in un flusso impietoso, unico come tutti gli altri, morto ancora adesso, morto da domani, morto per sempre, fantastica assenza di emozioni senza mancanze senza averi, segno su una spiaggia destinata a sprofondare, fermoimmagine di una goccia sospesa tra due azzurri dei, immutabile come il divenire e infinito come la morte. Silenzio avvolgente e buio vorace, parole al vento come foglie danzanti, echi di luce in lingue involute. Tutto dal nulla, istanti per sempre, centro di un mondo già finito in altri mondi. Tutto e molto poco, struggimento fine a se stesso, testimone mancato di bellezza inesprimibile, opera e artefice involucro e regia, attore e pubblico in un teatro che in un’altra storia è già stato distrutto, eroe di un fumetto chiuso che scrive di un eroe in un fumetto mai scritto, pensiero senza possibilità di azione, potere inespresso, ridicolo granello di una clessidra senza fondo, specchio contro specchio e luce accecante prima e dopo, un insulso impulso, un arzigogolato e complesso niente, che lascia tutto immutato, una traccia persa in partenza, un binario circolare, una strada senza entrata né uscita, l’evoluzione che porta dal nulla al vuoto passando per un tutto senza senso, un gran rumore che copre la sordida sordità di tutto quello che potrebbe colpire, pellicola vergine, possibilità non avveratesi, circostanze irrilevanti, qualcosa che si contorce scandito dai battiti del cuore del tempo, la morte immortale che al fine trapassa in un passato prossimo, un frullato di atomi in un futuro anteriore nemmeno troppo tardo, ma remoto.

Laggiù… Soffia!

Una volta, su un isola, approdarono naufraghi senza cellulari, nè tutte quelle cazzate che la gente dice di volersi portare, un uomo e un orango. L’isola era tanto piccola che per sgranchirsi le gambe i due primati dovevano muoversi assieme per fare quei tre lunghissimi passi e girando attorno all’unica palma tornare dove si trovavano poc’anzi. La cosa buffa era che per muoversi dovevano sincronizzarsi e andare quasi a braccetto, ma la cosa divertente e assieme sconcertante davvero era che, nonostante nessuno dei due avesse un telefono, entrambi chiamavano il loro dio, una grande scimmia antropomorfa, un illusionista del circo di viziosi di cui facean parte. Lungi dal maledirlo quale colpevole della loro situazione, ancora confidavano in lui e nella sua proverbiale puntualità. Abbagliati dalla follia, continue visioni sfuocate evaporavano in lontananza finchè: hey lo vedi là in fondo? a speck a mist a shape c’è qualcosa che si agita nel mare sopra e sotto le onde qualcuno che si sbraccia nell’estremo saluto -heyyyyy- che sforzo salutare attento ad annegare !

“A speck, a mist, a shape, I wist !

And still it neared and neared :

As if it dodged a water-sprite,

It plunged and tacked and veered.

With throats unslaked,

with black lips baked,

We could nor laugh nor wail ;

 Through utter drought all dumb we stood !

 I bit my arm, I sucked the blood, And cried, A sail ! a sail !” (Coleridge)

Dalla stasi nebbiosa in mare,

qualcosa appare

negli occhi bruciati dal sole,

le riarse e ingolfate gole

dev’essere dio che li viene a prendere a nuoto,

ma dio è un suono vuoto

e subito una danza folle li squote, saltano scimmiottandosi l’un l’altro, centuplicano le restanti forze nell’ultimo breve ma intenso sforzo… l’ultimo sorso d’aria li ubriaca di spensierata ebrezza e poi sotto il peso del loro ballo l’isola inesorabilmente sprofonda … Nel momento in cui balzarono sotto il bordo dell’amniotico oblio, smorzandosi come una sigaretta gettata nel brodo, finendo negli inferi inglesi, umidi come il naso d’un cane, e freddi come occhi di vetro si accorsero di essere stati giocati.

Eutanasia

Gli esseri più evoluti e saggi della nostra specie cagano e si nutrono tramite tubi, applicano il risparmio energetico per conservare la loro vegetativa vitalità, rigogliosamente immobili, rigorosamente silenziosi per origliare lo scorrere del tempo nei tubi e attraverso loro, l’umiliazione sconfissero con la facile abitudine, semplicemente sprofondati nella comodità. è l’apice dell’inazione, attività contemplativa pura, soddisfacendo i propri bisogni con costante bioritmicità se ne liberano e avvicinandosi alla morte si preparano per spegnersi il più lentamente possibile, per fare in modo che il cambiamento, l’ultima conversione, sia pressochè irrilevante, quasi invisibile che si nota solo all’udito il ritmo rassicurante diventa continuo. Pensate che certe persone si adagiano nel vizio corrompendo il loro organismo solo per emulazione, vogliono anche loro fare meno fatica e abdicare una funzionalità ad un organo meccanico esterno passano la vita a risparmiare ciò che non spendono per uccidersi, per garantirsi le cure che garantiranno loro la pace dell’immoto. Dimostrano la loro insofferenza per ciò che li tiene svegli e preferiscono spegnere la loro dispendiosa capacità d’influire e si limitano a testimoniare la loro neutra passività, non prendono posizione e per dimagrire fanno il salto del pasto da sdraiato, attività olimpionica della svoglia, che richiede uno sbattimento atroce ma fulmineo, il colpo di reni per fingere di non riuscire ad alzarsi. , loro Neruda l’hanno letto per il verso giusto e muojono lentamente come hanno vissuto, senza subbugli, senza scatti, tanto l’inerzia li renderà la maggioranza a breve, è solo questione di tempo, e loro sono allenati, sanno aspettare.

Eroica diarrea

perchè non aggiungere qualche pagina, scritta male, di getto, alla montagna di merda che copre questa generazione di poveri depravati, scrittori di niente che con seppur puro slancio di immensa volontà, confondono immortale e immorale. Perchè che differenza fa uno in più o uno in meno che si adoperi per embrare il più possibile patetico, basterà riempirla di volgarità quella pagina e di superficiali ovvietà per far si che sia compresa appieno ed amata persino, da gente che legge sempre di più e sa sempre di meno. Basterà confondere le idee, stupire con stupidità e condire il tutto con del misticismo da miscredenti, mettere qualche tocco di stile per ingannare i più pretenziosi, gli esimi esperti non potranno esimersi dal commentare, dal rimasticare tutta la merda col solo fine di fare qualcosa, di crdere di fare qualcosa. Non funziona la tastiera? tanto meglio, gli escatologi ne trarranno chissà quale conclusione e i critici avranno di che blaterare tra loro. Nessuno, maledetto nessuno che continua a leggere eppure ancora parole a coprire, dopo millenni gli stessi segreti e bisogni. Basterà ah se basterà ma lascerà anche con un senso di vuoto, basteranno delle assurdità su misteri inventati su bisogni istintivi sulla debolezza e sulla noia, basta scrivere qualsiasi cosa e senza neanche scriverla bene, basta per aver successo perchè non è più o forse mai lo è stata una questione di gloria e di capacità ma di vuoto e di far parlare di sè, per far si che ci si sente tutti uguali tutti miseri tutti ignoranti. Perchè non scrivere allora, è gratis e a volte paga, il rischio è lo scherno che è pur sempre pubblicità, risate da dietro uno schermo, lo schifo per la banalità eppure il continuare come un pendolo a scaricarsi. Mettere un capo o una coda alla mal finita sfilza di parole, basteranno delle ripetizioni nei punti giusti, senza nemmeno della musicalità, basta un’immagine evocativa qua e là, il vago sentore di un sentimento e dire chiara l’insoddisfazione per l’impossibilità di comunicare ancora qualcosa, basterà che non ci si capisca e si coglierà inevitabilmente nel segno, basta parlare di metafisica, di significati che rivelano sensi, e questi intorpiditi dal continuo dgitare converranno che è così, anche se è sgrammaticato, meglio se è oscuro, l’assurdo, ah l’assurdo e lo sprezzante sono temi moderni, un pur purri di impurità, un collage pop, ci si metta un flusso di coscienza, un paio di sogni dall’inconscio collettivo, e libera interpretazione vincolante, si vuole destare il paradosso nel cuore di gente anestetizzata, abituata a tutto, aituata ad esser stupefatta dalla disarmante falsità che le parole rappresentano, basterà solo alludere a qualcosa perchè la gente capisca il contrario, la gente generalizzata e i generali ingentiliti, e un mucchio di sciocchezze che appena ti passano per la testa che già hanno il dovere di essere messe per iscritto, perchè no? perchè non aggiungere qualche pagina ripetendo sempre la stessa cosa? costringendo il tempo del lettore a prostrarsi al volere di mani senza peli sullo stomaco e se non si dice niente, tanto meglio, sarà più facile assimilare, non è più il tempo dei concetti che lasciano insoddisfatti è il tempo di libri inutili, perdita di tempo per occupare cervelli inadatti, sempre più inadeguati a comprendersi, un infinito grandissimo dentro un infinità di piccolezze, il tutto cosparso di romanzi di ogni colore, come se l’uomo si nutrise di storie e solo le più digeribili fossero il pane. Già di storie di qualsiasi fatta, immense cazzate fantascientifiche e religioni sempre più idiote, basta abbindolare con qualche concidenza, dell’ermetismo ed è fatta. è fatta signori è fatta e non vi sentiate adulati no voi mi capite è certo, non intendo certo voi.E via di questo passo come se non facessimo tutti comunque ribrezzo. Basta dire: io mangio merda, sono più scemo e immorale di voi, ho pensato la cosa più schifosa, vi solletico? e subito è una rincorsa a chi la dice più grossa, per poi non parlare di quelli che si fanno saltare in aria per una vita in un mondo migliore. Una generazione di smidollati, un mondo che piagnucola perchè non ha eroi, che se ne crea uno al giorno e li fa sempre più qualunquisti chissà mai che un giorno siate proprio voi, un popolo che sotto sotto vuole una guerra per dire anch’io sono capace di morire senza piangere se mi costringono, ma non così non in silenzio, no gridando scrivendo il più possibile, ecco vedete sarò immortale perchè sono innegabilmente il più coglione. Ma via perchè continuare a legere allora, scriviate piuttosto, scrivete tutti di tutto quanto, chissà che due parole di fila in una vita suonino bene e che qualcuno vi faccia un pompino per questo. Chissà se finirà mai questa gara a chi inventa le storie più commuoventi per ingannare il tempo, per qualche sciocca lacrima senza dolore, scrivete invece che vivere perchè qualcuno vivrà per leggervi, poveri, noi e loro, ma non lo siamo da sempre? grandi pagine diversi gusti per cosa? per tornare smpre a scrivere una parola di troppo, per rovinare tutto e contaminare con una diarroica logorrea ogni cosa, coprire l’intimità di svergognate parole, dichiararsi timidi ai quattro venti e infarcire qualsiasi tipo di scritto con formule di linguaggio comune completamente prive di senso, e troverete sempre qualcuno di più intelligente pronto a darvi ragione, sicchè perchè non farlo? perchè non disturbare il prossimo tuo per farti notare per guadagnare punti in una competizione che non porta comunque da nessuna parte? perchè non scrivere della vita in un bar,davanti al computer, perchè non parlare di sesso o addirittura di scrittori e scritture sacri o blasfemi, perchè non aggiungere ancora qualcosa che tanto la misura è già colma. Perchè non sentirsi sempre peggio, perchè ricamare sempre le stesse quattro cose ancora e ancora, col gusto di citarsi come le scimmie che si lanciano escrementi? perchè invece non starsene buoni se non si ha di che parlare? è proprio un bisogno sentirsi e farsi sentire così espansivamente patetici, perchè non ammettere che non abbiamo niente da dire.

Divago con svago

Un flash di quello, il fratello di Luca quello che faceva il cameriere, dietro alla porta a vetri una sbirciata, infreddolito s’è appena vaccinato contro il fumo, come fumare sigarette che fanno smettere. Forse ignaro sintomo del complesso di Temistocle, ti avveleni poco a poco per avere l’illusione di morire lentamente, farmaco e antidoto, sfumare il tempo per ingannar i confini dello spazio concesso, visto che respiriamo, dato che ci siamo tanto vale farsi un pò di male alla volta per esorcizzare la sofferenza che ci immaginiamo più veemente se causata da influssi esterni nel colpirci; questo complesso è l’altra faccia del Nerudismo ovvero l’esser erede del re erudito, marmoreo propugnatore di vampate di vita prova inoppugnabile dell’insito conflitto di volontà oltre quel bancone, che vuoi mettere se lo guardi da dietro una boccata di piroettante coinvolgente fumo, mentre in fondo godi che ha chiuso che alla fine il No depression… cioè dai amen. Gravido da brivido e pure ruvido ce l’ho proprio in mente, un posto un po tipo la “Noce escabrosa” chissà perchè poi la noce, richiamerà forse un pò le ghiottonerie che promette, e che poi a ben vedere se c’han i coglioni girati ti trattano col culo da dietro al bancone che a conoscerli son simpatici, ci sono pure i personaggioni quelli da cineteca, le partite gratis il caldo d’inverno l’ombra e il calcetto d’estate… niente jukeboxe nè karaoke nè peraltro versi umani in qualsiasi lingua; quelli da ospizio l’ozio è lo zio del vizio, e quelli che valgono almeno quei cinque euri di benzina per darsi fuoco anche perchè Saint Loup è una marca di formaggi francesi che esporta fino quasi a Bellano poi l’ho superato e non son mica stato li a vedere dove andava a parare, a mio parere tant pour parlar ( tant pèr parlà ca va san dir magari fin su a Sondrio dove magari c’è un posto con un nome così, forse era il Decompression e chi si ricorda tutti quei momenti in cui dimentichi chi sei e dov’è il filo del discorso) che sennò tutto il tempo guadagnato a spipettare mi andava in fumo chissà magari se l’avessi seguito mi avrebbe fatto morire ancor più. Galleggiando dolcemente e lasciandosi cullare se ne scende lentamente galleggiando se ne van. Parappappà. Un vaccino antidroga che dia assuefazione, è un atto controvolontà quanto la droga: due probabili immagini di sè si contendono la possibilità di passare all’atto, l’attrito d’un tratto di fatto attribuito all’eterno conflitto tra futuri possibili chè non sempre la più facile è la meno faticosa. Mi dilungo con ulteriore svago on dicembre 17, 2009 said: con temistocle intendevo Empedocle o Mitridate o Damocle un pò come preferisce percepirlo il vostro discernimento, visto il lapsus a voi la discrezione.

Napoleone

 “Oh” m’ apostrofò: “di’ Tutto!”
“niente, non c’è niente,
niente filippiche, niente storie, niente “te l’avevo detto!”, niente “no grazie”, niente scuse”.
Negli occhi dei cani ci puoi leggere di tutto pensavo io, il cane, mentre lui monologava.
Forse una funzionalità interrotta lo depistava dai binari pensieri, forse mediante una capacità sostitutiva vedeva nei miei occhi quello che non gli riusciva di credere di vedere coi suoi, quasi fossero un’anfora da cui attingere un: “chuck norris non lancia la palla, lancia il cane” e sempre quella nuova sete che gli bisognava per sopportare il solito tran-tran. In pratica sto tipo ha fatto i soldi scrivendo quello che vedeva nei miei occhi.
Mi sentivo una prostituta, usato come distributore di stillati di felicità solubile.
L’unica cosa che poteva in realtà esserci nei miei esterefatti occhi era stupore, non mi capacitavo a credere che non se lo inventava, quelle cose erano vere ed erano pur da qualche parte o in me, o in lui nello scolapasta che teneva appositamente in equilibrio sulla cima del capo per contenerle -precipitati raffinati- protette dall’ umida muffa, o magari perlopiù rarefatto e sospeso tra lo stupore e lo sguardo ingordo di lui.
Che se le inventasse o meno per me stava diventando un problema, quel pazzo recitava tutto quello che i suoi occhi dicevano di vedere,mi raccontava per ore quello che poteva scorgere giù in fondo dentro le pupille e dietro le orecchie che stropicciava.
Mi sentivo svuotare come un pozzo di petrolio in fiamme, era come se intere schiere di caloriferi venissero tamburellati e io dovessi vibrare con loro e dentro avvolto nel suono.
La cosa prese un brutto andazzo quando iniziò a rivolgersi a me come ad una persona vera e propria e a voler strusciare il suo muso sul mio provocandomi serie di serissime crisi d’identità e crasi di ruoli, io non ero nemmeno ominideo e lui credeva che fossi omosessuale??
Quando distrutto dallo strazio, ché la situazione mi stava infetta consumando, scelsi di smettere di pensare come un cane e fu allora che lui smise di vedere e pretese che imparassi a parlare dal nulla.
Stavamo appunto proprio nel mentre nel bel mezzo di una lezione sull apostrofo quando s’intrufolò una piccola incomprensione. Spazientito pretendeva che, prima che avessi imparato a parlare, confessassi i miei turbamenti per tornare a leggere le assurdità a cui era assuefatto.

 

Dì trentatrè

Una volta, venne e mi portò a mangiare un gelato…Sperava che riconoscente tornassi a far giostrare nei miei occhi le scenette che nutrivano la sua malata e vorace immaginazione. Dirai: gentile, davvero premuroso; un amico che si vuole sdebitare per ritrovare l’intensa intesa di prima. Già! Se non fosse che l’inverno durava ormai da tre anni, per quanto ricordassi! A sentir lui del resto i pesci optavano per credere che durasse da trentatrè secondi cioè più o meno quanto la loro memoria. Il mio disappunto non era provocato dalla particolare mia percezione dell’inverno, bensì dal fatto che eravamo approssimativamente vicino al polo e se poi calcoli che, a detta sua, – parola che non esagero – il polo è quasi al polo opposto, ti viene un dubbio ma poi subito svanisce e pensi: “ma quanto è taccagno uno che ti offre un gelato anche se sei quasi ma solo quasi quasi al polo?”. Era la storia dei 33 secondi specialmente, che mi aveva rivelato, a lasciarmi di stucco, come una statua di ghiaccio. Passavano la loro vita non in uno spazio tempo ma in un acquario lungo mezzo minuto, quegli stessi pesci che vivevano da millenni prima di noi sulla terra, si fa per dire. Nel gelato doveva esserci qualche tossina, perché il mio tutto organismo era in preda ad una lotta estenuante, ma il mio amico non sembrava preoccuparsene minimamente e continuava a volermi impressionare coi suoi vaneggi sui campi magnetici e i campi scalari e parlava di temperatura dell’ambiente in aumento costante e di densità -che la vita dei pesci dev’esser ben densa visto che hanno una memoria così poco voluminosa- e ancora parlava di campi, di polo e di campi di polo. Ma io non lo stavo già da subito ascoltando: pensavo al gusto del gelato.Guardai l’orario e pensai immediatamente a un acquario fino all’orlo di birra dorata straripante. È strano come pensare ai pesci ti faccia venir sete. Non ricordo altro prima di vedermi come rinchiuso in una bottiglia, come del resto dovevano sentirsi i pesci con quelle forme bislunghe e affusolate che sembra che arrivino tutti dai tubi. Ero fatto…stavo evaporando dalla febbre, e con l’acqua sublimavano i neuroni.. mi ritrovai con il cervello bell’e confezionato in una bara trasparente in un incubo a forma di bottiglia che mi circondava. Non essendo quella che un terzo di litro ed essendo io parecchi chili non ci stavo proprio comodo e grattarsi e persino scagazzare era preferibilmente evitabile, c’era giusto lo spazio per una scoreggia ma poi non respiravo per trentatrè secondi.(chissà cosa gli succede ai pesci se non respirano per trentatrè secondi?). Pensai a quello di cui avevo bisogno e realizzai che mi sarebbe bastato solo un numero infinito di altri decimali oltre ai 33 centilitri. Non che in quel delirio avesse senso lamentarsi, ma se solo avessero davvero fatto le bottiglie da un terzo di litro, io in quella virgola di infinito mi ci sarei ricavato senza intoppi un angolino per starci comodo e uno per starci comodo e cagare. Annullato da quel pensiero sproporzionato, pensai ai periodici che avrei potuto usare per pulirmi il culo in mancanza d’altro, essendo io solo, in tutto quello spazio da sempre tendente all’infinito. Nel bel mezzo di un’allucinazione m’immaginai un vero e proprio paradiso, non era un birrario qualsiasi, era almeno il doppio, e il doppio di infinito per vederlo ci vuole uno svarione caleidoscopico, e per immaginarlo un mare di birre. Ecco che mi trovavo costretto alla vita da qualcuno, in una bottiglia da qualcun’altro e mi sorprendevo a maledire dio che aveva fatto le birre da trentatrè approssimativamente, ma in modo che ci potessi entrare. L’effetto del cioccolato stava svanendo quando come un fulmine sul bagnato mi scosse la mente il pensiero paradossale che mangiare i pesci fa bene alla memoria quanto mangiare cioccolato non fa bene ai cani. -schermaschera- 2clitorideteroclito on novembre 20, 2007 said: L’indispensabilità del luppolo fermentato è permanente in ogni situazione,in ogni sua forma e colore,simbolo perenne di rivolgimento delle forme. Il dibattito sul contenente è quantomai attuale,pur rifacendosi al filone della millenaria dicotomia tra quantità e qualità,entrambi validamente supportati dai personaggi più in vista dei vari centri disparsi in ogni parte del globo. Certo una narrazione alcolica senza un qualsiasi accenno alla figa,anche disinvoltamente casuale,è come un tram senza dio. perle ai porci. schermaschera on novembre 21, 2007 said: giuro che l’avevo messa nei tag

Dentifricio

Vado in bagno a lavarmi i denti e me ne rendo conto. Realizzo appieno in un solo istante qanto è assurdo. Anch’io desidero il denaro. E’ lampante, di una chiarezza disarmante, ne ho addirittura bisogno. L’età media si sarà pure alzata ma si è portata appresso necessità ed aspettative. Anch’io sono invischiato nel sistema. Non devo cercare il lavoro per realizzarmi. Non lo troverò. Devo cercare e volere spasmodicamente il denaro. Come fine. Non importa davvero più molto che sogno possa servirmi a realizzare. E’ irrilevante. Viaggiare, aiutare gli altri, metter su famiglia, sono miraggi; mete troppo lontane, maschere che non essendo più vicine alla realtà non la schermano nemmeno più. La verità è che il denaro lo vorrei, ma soprattutto lo utilizzerò, per motivi immediati, futili. Sono stato lobotomizzato, accetterò qualsiasi lavoro a qualsiasi costo, non guadagno, mi dico, non guadagno ma costo. Ormai consumare è un bisogno primario, ci siamo inventati così tani bisogni fittizzi, beni di status, orpelli e accessori, che anche se avessimo quanto basta non si esaurirebbe la voglia di sentirsi insoddisfatti, di sentire il bisogno. Ho bisogno di smettere di pesare sulle tasche dei miei genitori, anche se loro le hanno piene proprio per quello, ho bisogno di arricchirmi, di essere indipendente, ho bisogno, quando finisce il dentifricio, di non tirarmi tutte queste storie, di non pensare che lo ruberò da casa dei miei, ho bisogno di comprare senza pensarci, ho bisogno del “mio” dentifricio.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 441 other followers